Calabria mia Giugno-luglio 2020 e ricordi

Prologo

Mi è capitato spesso di ascoltare amici e conoscenti che sono stati in Calabria ed erano delusi, non sono riusciti a vedere e conoscere luoghi per cui valga la pena ritornare, tranne quelle due o tre cose oggetto di turismo di massa, Tropea, Reggio e i Bronzi, forse Le Castella. Conosco il motivo di questa delusione. Oggi il turista è coccolato, vezzeggiato, incuriosito dagli enti locali e dagli operatori turistici, che gli comunicano immagini e servizi per vendere al meglio il soggiorno e magari affezionarlo per un ritorno.

Invece, la Calabria non si offre, non si fa conoscere. Nelle strade non ci sono cartelli per musei, chiese, aree archeologiche, e se ci sono, sono nascosti dagli alberi, dalle canne, dagli arbusti, e se si vedono sono rovinati, illeggibili. In Calabria un viaggiatore deve sapere da sé dove andare, se deve cercare da solo le cose belle da vedere, se chiede pochissimi saranno in grado di dargli un’indicazione utile.

Eppure, quando faccio vedere le foto dei miei viaggi, gli stessi amici rimangono meravigliati di Gerace, del Castello di Capo Spulico, di San Nicola Arcella, della Cattolica di Stilo, delle Gole del Raganello, delle bianche colline d’argilla sullo Ionio.

In Calabria bisogna sapere dove andare, scoprire da sé i paesaggi da attraversare, le cose da andare a vedere. In queste pagine ho scritto quello che ho scoperto nei miei viaggi, per far conoscere alcune cose che se non si cercano rimangono nell’ombra. Son partito dall’ultimo viaggio ma poi ho allargato il testo ai ricordi di posti che sono rimasti vividi per la loro particolarità.

 

Fine giugno 2020. Io e Claudio, mio figlio, siamo partiti per una vacanza fatta di tanti ricordi e tante buone intenzioni.

I ricordi riguardano i viaggi precedenti in Calabria. Nell’81 siamo stati io e Gabriella, in treno a San Nicola Arcella. La stazione era vicina al mare e siamo andati a piedi e con pochi bagagli al Camping “Sport del mare”, ora non c’è più, in un bungalow che era praticamente una baracca di legno, affiancata ad altre baracche. Una bella vacanza in un luogo splendido e magico, che ancora non era stato scoperto dal turismo di massa. Poi cominciarono le vacanze con Claudio e il primo posto che abbiamo voluto fargli conoscere in Calabria è stato proprio San Nicola Arcella nel 1987, aveva tre anni, e poi Briatico, nella Baia di Safò, un angolo di paradiso, con una spiaggia di sabbia bianca e dorata, per arrivare dal villaggio turistico, si passava da un uliveto centenario.

In Calabria con Claudio siamo tornati l’anno dopo a Locri e negli anni seguenti il ritorno a Briatico e quindi Sibari nel 1993. Insomma, Claudio la Calabria l’aveva vista, ma da piccolo e ricordi si sono scoloriti fino a scomparire.

Le mie intenzioni erano quelle di fargli conoscere le mie radici, alcuni posti bellissimi come San Nicola Arcella, Pizzo, Tropea, più giù Reggio e i Bronzi di Riace, la costa ionica più remota e più incompresa, i posti della mia infanzia. Inoltre, volevo stimolarlo all’osservazione e alla fotografia.

Arrivo in Calabria

Diario, martedì 30 giugno 2020)

Per fortuna sulla A2 ancora non si paga e non si chiama più Salerno-Reggio Calabria, ma Autostrada del Mediterraneo ed è stata in gran parte rifatta e per un lungo tratto anche a tre corsie, è uno dei meriti del governo Renzi che sull’adeguamento di quella che era la A3 si era giocato un po’ di credibilità. Mi dicono che alcuni tratti sono ancora da finire, però, per quella che abbiamo percorso è indubbiamente in buone condizioni rispetto al passato (foto 1).

A Lagonegro siamo usciti dall’autostrada. La strada per la costa tirrenica della Calabria è comoda perché percorre la vallata del fiume Noce, prima e poi quella della Fiumara di Castrocucco, che fa da confine fra la Basilicata e la Calabria (foto 2).

I primi scorci di Calabria sono bellissimi, da una parte maestose e brulle montagne del massiccio del Pollino, dall’altra un mare azzurrissimo e l’Isola di Dino unita alla costa da una serie di scogli. E questa è Praia a Mare (foto 3).

 

San Nicola Arcella. È la prima sosta che facciamo in Calabria, una perla del Tirreno poco conosciuta e bellissima. Ci sono venuto per nostalgia: è stata la prima vacanza da soli in Calabria con Gabriella, nel 1983 e poi, di passaggio, con Claudio che aveva meno di 4 anni. Il paese è in alto su una collina a 110 metri sul livello del mare. C’è anche una scalinata che porta alla spiaggia, nell’83 eravamo venuti in treno e quella scalinata la percorrevamo spesso a piedi. Nel borgo sono stati realizzati affreschi alle pareti delle abitazioni che rallegrano le strade, altrimenti anonime. Da vedere la torre saracena, chiamata anche “Torre Crawford” dal nome dello scrittore inglese che intorno alla fine dell’800 la comprò e l’abitò, e il “Palazzo del Principe“, villa di campagna dei principi ultimi feudatari della zona. Entrambi affacciati sul golfo.

La spiaggi di sassolini forma una baia che è quasi un porto naturale. Alle due abbiamo affrontato l’impresa: scalare il promontorio che porta all’Arcomagno e alla Grotta del Saraceno. La App del cellulare che conta i passi e le scale fatte, ha segnato 20 piani! Sessanta metri d’altezza fra gli arbusti profumati e i fiori per ammirare la spiaggia dall’alto, la Torre Saracena dall’altra parte della baia, gli scogli del promontorio e i mille colori del mare. Poi si discende per un sentiero stretto, fra due ringhiere di legno, da una parte una lingua di mare che si insinua sotto di noi, dall’altra la spiaggia vista dall’alto con accanto una grande grotta. Siamo sull’Arcomagno. Per me è un tuffo nei ricordi. Il posto è sempre bellissimo, ma è stato “addomesticato” ed è affollatissimo. Del resto, le strade ora portano quasi in ogni angolo della costa, mentre quando siamo venuti quaranta anni fa, ci si doveva conquistare a piedi ogni scoglio, grotta, sorgente di acqua buonissima e freschissima. Per noi l’Arcomagno era il passaggio per andare, verso Praia e l’Isola di Dino, nella spiaggia vicina allora splendida e solitaria, con un isolotto, alto e roccioso, che si alza sul mare a poche decine di metri (foto 4).

 

Seconda tappa Scalea. Abbiamo prenotato una stanza nel Bed & Breakfast Zama. È nascosto in strade, stradette e villette, all’interno del paese. Non è bastato GoogleMap per farci arrivare, ma una giovane e sorridente pasticcera all’angolo della via Paolo Borsellino, la strada del B&B.

Bella stanza, buoni servizi per 60 euro, più 3 di tassa di soggiorno.

Siamo andati al mare vicino alla Torre Talao e lì ho fatto il primo bagno della stagione. La Torre fu costruita nel 1500 su un isolotto, ora arenato, è stata prima un presidio militare, poi cenacolo di artisti e intellettuali (foto 5).

Scalea vecchia si vede bene da lì, ed è arrampicata su un colle che ha in cima la chiesa e i ruderi del castello Normanno (foto 6).

Ero intento a fotografare Scalea vecchia, intravista fra le palme della piazzetta che porta alla spiaggia, quando da una macchina di passaggio sul lungomare un tizio mi ha gridato “méntiti i carzuna, ricchiuni!” (mettiti i pantaloni, finocchio!). In effetti ero in costume da bagno e l’istinto è stato di rispondergli “fatti i cazzi toi, strunzu”. Ma l’episodio mi ha fatto pensare, perché non bisogna mai fermarsi alla prima reazione: in effetti, ho incontrato un cafone, ma devo stare attento a come vado in giro.

 

Alle sette e mezza siamo venuti via dal mare e siamo passati dal B&B per cambiarci. Ci siamo fidati di Google Maps, con Claudio che inseguiva sullo schermo del telefonino le “due forchette” che apparivano sull’itinerario che stavamo seguendo. Non funziona bene, siamo arrivati a un ristorante, ma era chiuso. Poi abbiamo seguito altre indicazioni, alla fine siamo tornati a bomba in un locale vicino al B&B dal quale eravamo partiti mezz’ora prima, che non avevamo notato. Si chiama Social Pub Clandestino, un omaccione buffo, ma simpatico, ha preso l’ordinazione: antipasto alla calabrese con sottoli e salumi per due, una cotoletta con prosciutto e scamorza per Claudio, arista al sugo di peperoncino per me, molto buono l’amaro alla liquirizia. Si mangia e si beve bene dal Clandestino il tutto cucinato all’istante dalla mamma del tipo buffo.

 

Scalea è un paesone che si è sviluppato negli ultimi cinquant’anni raddoppiando gli abitanti, dal nord a partire da Punta Scalea al confine con San Nicola Arcella, più a sud in cima alla collina con il centro storico, scarsamente abitato e poi lungo la pianura costiera le nuove zone d’espansione. Nel censimento del 1971 contava 4.600 abitanti, che sono diventati oltre diecimila nel 2011.

È in una zona storicamente importante, grazie al fiume Lao, la vallata ricongiunge la parte ionica calabrese con zona interna interna e la costa tirrenica. Da qui passavano i greci di Sibari per raggiungere la loro colonia Posidonia (Paestum in latino). Nel 600 a.C. fondarono la città di Laos, pochi chilometri a sud di Scalea, appena passato il ponte sul fiume Lao, nell’attuale frazione di Marcellina. I resti del parco archeologico di Laos si trovano sul colle San Bartolo, mentre i reperti rinvenuti sono conservati sia nell’Antiquarium di Scalea che al Museo Nazionale di Reggio Calabria.

 

Grotta del Romito. Lungo tutta la vallata del Lao sono state trovate tracce di insediamenti preistorici dall’età paleolitica in poi. A una ventina di chilometri dalla costa, nella Grotta del Romito c’è il graffito di un “bovide” (foto), una delle più antiche espressioni artistiche dell’umanità. È più facile raggiungere la Grotta del Romito e l’attiguo Antiquarium, dall’autostrada A2 dall’uscita Mormanno-Scalea che è pochissimi chilometri (foto 7).

Cinque giorni nella Costa degli Dei

Diario, mercoledì primo luglio 2020

La nuova tappa, con un viaggio tranquillo di tre ore, per arrivare a Contrada Trainiti, fra Vibo Marina e Tropea. L’hotel è in un posto desolato dall’incuria: erba alta ai lati delle strade, nessuna indicazione, rifiuti dappertutto. L’albergo e il villaggio turistico, invece, sono belli e perfettamente tenuti. Questa è la Calabria: tutto quello che è pubblico, è trascurato e mal tenuto, il privato invece è ben tenuto e a prezzi bassi. Abbiamo preso due stanze che sono due appartamenti, al piano terra, ingresso singolo e veranda sul retro da fare invidia a una villetta. Albergo e villaggio sono sul mare, una spiaggia di sabbia finissima, e con l’uso gratuito di ombrellone e lettini. Prezzo 60 euro ciascuno, tutto compreso, anche la colazione. Ci staremo cinque giorni, visitando la costa da Pizzo a Capo Vaticano, prima di continuare per Reggio (foto 8).

Per mangiare occorre andare alla vicina Vibo Marina, pochi chilometri ma un labirinto di strade, stradine e sensi unici, con cartelli che non ci sono, o ci sono ma si vedono all’ultimo momento, o sono coperti dalle piante. Basta sbagliare una strada e bisogna fare il giro del gioco dell’oca. C’è voluta più di un’ora per arrivare al piccolo centro, intorno all’ingresso del porto (foto). Ci siamo fermati alla rosticceria-pizzeria-trattoria Pedro (quello della canzone di Raffaella Carrà: “Pedro, Pedro, Pedro Pe / il ragazzo più bello di Santa Fe).

Ha un porto importante Vibo Marina, da qui si va in traghetto alle Eolie e per Stromboli è la rotta più breve e veloce. Ho scoperto, con un pizzico di narcisismo, che la compagnia di navigazione che collega alle Eolie è la Comerci Navigazione (foto 9). Il mio cognome, strano e poco noto in Toscana, è molto diffuso in questa zona.

 

La costa degli Dei. Così è denominato il tratto di costa che si estende da Pizzo Calabro a Nicotera, praticamente il “callo” del piede dello Stivale. A lunghe spiagge bianche, si succedono rocce frastagliate con piccole baie e calette raggiungibili solo a piedi o in barca. Viene chiamata “la costa degli Dei” perché la leggenda narra che la scelsero per la sua bellezza.

La costa permette di vedere le Isole Eolie che distano solo 32 miglia nautiche.

Partendo da nord i comuni che ricadono su questo tratto di costa sono: Pizzo Calabro, Vibo Valentia, Briatico, Zambrone, Parghelia, Tropea, Ricadi, Joppolo e Nicotera. La strada, che unisce tutti questi centri, è la SS 522. E poi c’è il treno a binario unico, che segue il contorno della costa servendo tutti i centri. A Pizzo, invece, la stazione è lontana dal centro e dalle attrazioni turistiche.

Diario, giovedì 2 luglio 2020

La mattina abbiamo preso la macchina per andare a Tropea. Anche qui non ho provato il fascino che mi ha provocato la prima volta. I colori del mare sono i soliti, meravigliosi, le strade e le case più ordinate, pulite, anche Tropea ha perso quell’aria selvatica che aveva la Calabria. Troppa gente, troppe macchine, troppe botteghe. Siamo stati anche giù al mare: l’isola di Santa Maria è ancora più “attaccata” alla terra: prima c‘era solo la strada e la spiaggia, ora c’è il parcheggio, gli alberi, piccole costruzioni… E gente, tanta gente.

Nel pomeriggio al mare, davanti all’hotel dalle cinque alle sette e mezza.

Siamo andati a mangiare a Pizzo Calabro, un bel paese anche da visitare. Abbiamo assistito a un bellissimo tramonto. E poi ci siamo infilati a La Lampara, avevo letto che aveva prezzi medio-alti, ma una persona incontrata lì davanti – che ci ha tranquillizzato nel lasciare la macchina al parcheggio a pagamento perché il comune ha sospeso i pagamenti al parchimetro – ci ha raccomandato il locale “non si paga tanto e si mangia molto bene”. Ha mentito. È un locale caro, ma abbiamo mangiato e bevuto bene: tagliata di tonno con rucola e parmigiano a scaglie Claudio, tonno impanato con pistacchi di Bronte e marmellata di cipolla di Tropea io, due tiramisù fatti da loro, un amaro alla liquerizia. Siamo tornati all’albergo, soddisfatti della cena.

 

Tropea. Il cuore della città è il borgo in alto, a strapiombo sul mare, che si sviluppa in vicoli, vicoletti e piazzette. Nel centro storico sorgono i palazzi nobiliari con settecenteschi balconi. Centro borgo storico è piazza Ercole – dedicata al fondatore leggendario della città, con il monumento al filosofo Galluppi e il Sedile dei Nobili con l’antico orologio. La vera attrazione del centro storico sono gli “affacci” sul mare. Sono cinque i principali e suggestivi: Affaccio dei Sospiri quello centrale che si arriva dalla strada principale, Largo Duomo alle spalle della Cattedrale, Largo Galluppi, Affaccio del cannone, Belvedere Rico Ripa quello più nascosto, tra due palazzi in Largo Migliarese.

E poi c’è quello che è considerato il simbolo della città, lo scoglio detto anche “isola bella”. La chiesa in cima all’isolotto, che dà carattere unico al paesaggio di Tropea, è stata costruita dai monaci Benedettini e ha subito nel corso dei secoli i terremoti che hanno flagellato questa costa calabrese. Alla chiesa con tre navate, si accede con una scalinata scavata direttamente nella roccia e realizzata nell’Ottocento. si può visitare anche un bel giardino con piante mediterranee, e un terrazzo dal quale godere il panorama, il biglietto per giardino e terrazzo costa due euro, ma vale la pena.

Diario, sabato 4 luglio 2020

Alle otto di sera, sotto la pioggia siamo partiti per Vibo Valentia. Il navigatore ci ha fatto un brutto scherzo mandandoci per stradine strette e buie. Per un lungo tratto abbiamo proceduto in un tunnel con le canne alte ai bordi della strada che si erano piegate per la pioggia verso la strada, sia da una parte che dall’altra. Al colmo della brutta situazione il navigatore ci ha indirizzati per una strada dissestata, chiusa al traffico, abbiamo dovuto fare un tratto a marcia indietro, per fortuna senza danni alla macchina. Era, secondo il navigatore, una scorciatoia rispetto alla strada normale. L’avventura non è finita, a Vibo il navigatore ci ha lasciati in un posto buio e senza insegne vicine. Abbiamo chiesto a un automobilista, sotto la pioggia, e ci ha indicato la strada sbagliata. Per fortuna dei ragazzi, dopo un centinaio di metri, ci hanno dato le indicazioni giuste. Il problema era nato dall’indirizzo dato a internet e non corretto, la Trattoria Vecchi Tempi aveva il vecchio indirizzo in Corso Umberto I al numero 1, invece si era trasferita in un vicolo a metà del lungo Corso Umberto. Abbiamo fatto tutto il percorso sotto una fitta pioggia con l’ombrello che ci riparava sommariamente.

Comunque, ne è valsa la pena. Il ristorante è accogliente e abbiamo mangiato bene. Personale gentile e veloce, nonostante che ci fosse molta gente da servire. Antipasto con assaggi di prodotti tipici calabresi, una ‘nduia saporita e piccante il giusto (mai ne avevo assaggiata così buona); Claudio ha preso il capretto in forno, con verdure grigliate, io trippa al sugo (buona!); un tartufo di Pizzo e un dolce della casa e per finire un amaro e un liquore al finocchietto fatto da loro. Conto più che onesto in rapporto alla qualità e alla quantità dei piatti.

L’avventura è finita qui, quando siamo usciti non pioveva più e siamo tornati all’albergo abbastanza tranquillamente ma senza utilizzare il navigatore.

Casamicciola, venerdì 23 giugno, 2017
Solita passeggiata delle sei con splendido caffè da Calise. Mattina di shopping a Forio e poi a Lacco Ameno. Abbiamo tentato di andare al Parco Negombo, ma non volevamo andare al mare né alle terme, credevo che ci fosse un parco ombroso con panchine… Invece, dopo aver pagato cinque euro di parcheggio ci siamo trovati davanti ad una spiaggia assolata con un carissimo ombrellone e due sdraio da pagare, oppure due biglietti al parco termale da 32 euro ciascuno. Siamo stati anche ad un belvedere sul colle di fronte a Lacco. Qui tutto quello che è bello e organizzato è immancabilmente privato e si paga per usufruirne.
A pranzo non solo frutta, ma un panino al prosciutto e una pizzetta.
Nel pomeriggio siamo stati a leggere in terrazza con un bel sole e davanti al mare. Alle quattro e mezza siamo partiti per un giretto. Prima tappa Ischia Porto, per verificare la possibilità di prendere l’aliscafo: è più veloce e più sicuro negli orari. Infatti, parte alle 8,40 e arriva alle 9,30, così siamo più sicuri per la Freccia Rossa delle 11. Costo 39,90 in due.
Siamo andati a Barano, un paesino dell’interno che ci ha fatto una buona impressione passando. Ci siamo fermati per un po’ ai giardini, in una panchina vuota, accanto ad altre occupate da anziani. Siamo tornati a Casamicciola e per finire la nostra permanenza siamo stati da Calise a prendere un aperitivo (io) e una spremuta di limone per Gabri. Buona la cena all’albergo: una crespella con una farcitura a base di pesce per me, vellutata di sedano per Gabri; secondo di pesce per me, arrosto di vitello per Gabri.
Abbiamo pagato il conto dell’albergo: 660 euro per la mezza pensione e altri 62 euro per acqua, vino e altre cosette.

Firenze, sabato 24 giugno, 2017
Le valige le avevamo preparate già la sera, dopo cena, riuscendo a mettere tutto nel trolley e nello zaino. Abbiamo scambiato due chiacchiere con il portiere di notte e l’argomento non poteva non essere la siccità che sta assetando l’Italia. “Ma qui non c’è siccità – ho osservato io – l’isola è verde, non si vedono campi bruciati dal sole”. Mi ha risposto: “Ischia è attraversata da tanti fiumi sotterranei, non a caso siamo pieni di fonti termali. Le piante sono furbe e vanno a cercare l’acqua con le radici, per questo è tutto verde. Eppure a me nell’orto è morto un pero e un melo, per la siccità!”. Evidentemente il nostro portiere aveva le piante più sceme d’Ischia… Siamo stati poi nella terrazza dell’albergo, in attesa della colazione, che abbiamo fatto in anticipo sull’orario canonico delle 7 e mezza, muovendo a pietà il capo-cameriere.
Dopodiché tutto è filato liscio. Consegna della Panda: non c’era nessuno ad aspettarci a dispetto di quello che ci avevano detto: alle otto operativi! Prima di andare via, mettendo le chiavi sopra il parasole, ho mandato il messaggio di saluto a Danilo, che mi ha risposto dopo un quarto d’ora. In tutto abbiamo messo 40 euro di benzina, solo 22 litri perché qui la benzina costa cara (€ 1,79 al litro). Puntuale l’aliscafo, con un unico patema: le dimensioni del nostro trolley supera quelle consentite indicate da un cartello con tanto di appoggio per verificare larghezza, lunghezza e profondità del bagaglio. In realtà tutti avevano di tutto e di più e infatti nessuno ha detto niente al controllo. È riuscita a passare senza biglietto anche un’intera famigliola! La sceneggiata che hanno saputo improvvisare è stata magistrale… tanto che i controllori alla fine hanno abbozzato.
Altra scenetta gustosa quella del tassista che ci ha prelevato all’uscita del molo degli aliscafi, a Napoli. Era nella strada di scorrimento e stava trattando il prezzo con due ragazze con cagnolino, quando ha visto noi, ha mollato le ragazze “Ho paura dei cani, non se ne fa niente…” (una faccia da pendaglio da forca, che ha paura di un cagnolino tenuto in braccio…) e si è rivolto a noi “… non posso prendervi fuori della stazione di sosta… ma vi faccio risparmiare cento metri sotto il sole… facimm’ampresso che sono fuori regola…”. In cinque minuti di corsa ha infranto quasi tutte le regole del codice della strada, salendo sul marciapiede, andando contromano, suonando all’impazzata a pedoni sulle strisce. Venti euro senza tassametro, naturalmente, e voleva anche la mancia!
È stato noioso aspettare il Freccia Rossa delle 11, ma poi, tutto regolare e nei tempi.
Arrivati a Firenze puntualissimi alle due, abbiamo fatto una lunga fila per prendere il taxi. È inevitabile: erano arrivati contemporaneamente due Freccia Rossa, un migliaio di passeggeri che scendono dai treni e buona parte si affida al taxi. Avremmo fatto dieci minuti di coda e poi ci è toccato un tassista piccoletto, di una certa età, calmo e gentile, che in una città deserta (a Firenze era la festa del patrono) in pochi minuti e per 12,50 euro ci ha portati a casa.
Una bella vacanza!

Post by Antonio Comerci

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